Intepretive design: progettare cultura accessibile non è un favore per pochi, ma migliora la vita di tutti

L’accessibilità, negli ultimi anni, è entrata con decisione nel linguaggio pubblico. Compare nei bandi, nei piani strategici, nei convegni, nelle presentazioni aziendali e nei progetti culturali che vogliono dichiararsi contemporanei. È un segnale incoraggiante, perché significa che il tema non è più invisibile e che qualcosa, almeno sul piano della consapevolezza, si è mosso. Eppure resta evidente una distanza considerevole tra il parlare di accessibilità e il praticarla davvero.

Dopo dieci anni di lavoro tra Paesi Bassi, Medio Oriente e altri progetti internazionali, sono rientrata in Italia con il desiderio di contribuire a rendere il nostro immenso patrimonio culturale più aperto e accessibile. È proprio questo confronto diretto a rendere certe distanze impossibili da ignorare.

In Italia, questa distanza si percepisce spesso con chiarezza, perché cambiano le parole, cambiano le etichette, ma non sempre cambiano i processi, e allora mi torna inevitabilmente alla mente la frase de Il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

Il rischio, infatti, è che anche l’accessibilità venga trattata allo stesso modo, come un aggiornamento di facciata che permette di mostrarsi al passo coi tempi senza mettere realmente in discussione il modo in cui si progetta.

Accessibilità come cultura

Mi occupo di interpretive design, quel tipo di progettazione che traduce contenuti complessi in esperienze accessibili e coinvolgenti per pubblici diversi, soprattutto nei contesti culturali, museali ed educativi, e che per sua natura si confronta ogni giorno con persone differenti: dai bambini agli anziani, dagli esperti ai neofiti, includendo esigenze motorie, cognitive e sensoriali differenti.

In oltre dieci anni di lavoro in contesti internazionali, ho capito che cosa succede quando l’accessibilità viene presa sul serio e smette di essere percepita come un vincolo tecnico o un costo aggiuntivo, diventando invece un indicatore concreto di qualità.
Ho visto luoghi con poco da valorizzare trasformarsi in spazi vivi e desiderabili, e il caldo estremo del Medio Oriente o il frequente maltempo dei Paesi Bassi diventare l’occasione per creare ambienti accoglienti in cui famiglie e bambini potessero stare bene insieme.

Nel caso del National Museum of Qatar, ad esempio, ambienti interni progettati con attenzione diventano una risposta concreta a un clima che per gran parte dell’anno rende difficile vivere gli spazi esterni. In questi contesti, creare luoghi accessibili, accoglienti e adatti a pubblici diversi non è un gesto simbolico, ma una necessità reale. Il museo, con la direzione creativa delle Family Exhibits affidata a Studio Louter, ha scelto di sviluppare spazi più giocosi e leggeri, senza rinunciare alla profondità dei contenuti, diventando così un luogo dove si impara, ma anche dove ci si diverte e si torna volentieri.

Questo è ciò che accade quando si sviluppa una cultura progettuale matura e si comprende che l’accessibilità non consiste nel creare eccezioni o percorsi separati, ma nel progettare esperienze più chiare, più ospitali e più flessibili per tutti.

Le persone non arrivano mai nei nostri spazi o nei nostri servizi come utenti astratti, ma con energie diverse, competenze diverse, fragilità temporanee o permanenti e bisogni spesso invisibili. Pensare che l’accessibilità riguardi “qualcun altro” significa quindi partire già da un errore progettuale.

Qui sopra e in copertina: “Archeologia” e “Vita sulla Costa”, due gallerie del National Museum of Qatar appartenenti alle Family Exhibits, progettate come spazi immersivi, accessibili e pensati per le famiglie

Il teatro del cambiamento

In Italia il tema è senza dubbio cresciuto, e sarebbe disonesto negarlo. Esistono infatti professionisti competenti e realtà che stanno facendo passi seri, spesso con mezzi limitati e all’interno di sistemi complessi, così come esiste anche una generazione più giovane che vive questi temi con maggiore naturalezza e meno retorica.

Il problema è che, accanto a tutto questo, sopravvive una cultura del minimo indispensabile nella quale si interviene su ciò che è visibile e pubblicizzabile, mentre si ignorano aspetti meno evidenti ma decisivi.

Si pensa alla conformità più che all’esperienza reale e si considera l’accessibilità un tassello da aggiungere in fondo al progetto, anziché un principio da integrare alla base, oppure addirittura, la si usa come linguaggio reputazionale che serve a comunicare sensibilità senza cambiare davvero le strutture.

Si aggiunge una rampa fotografabile, un sottotitolo a fine mostra o una consulenza esterna all’ultimo minuto non per progettare meglio, ma per sentirsi a posto con la coscienza, mentre nel frattempo intere categorie di persone rimangono fuori, non tanto per mancanza di risorse quanto per un processo che non le aveva mai previste.

Spesso non manca la buona volontà, ma mancano metodo, competenze specifiche e la disponibilità a mettere in discussione abitudini radicate, perché l’accessibilità richiede una qualità professionale che ancora fatichiamo a valorizzare: l’umiltà. Richiede la capacità di ascoltare, testare, confrontarsi e coinvolgere figure competenti prima che i problemi emergano.

Smettere di progettare eccezioni

Non possiamo continuare a ragionare per compartimenti stagni, creando il percorso dedicato a una determinata categoria, la visita pensata per un bisogno specifico, il progetto speciale costruito attorno a una singola esigenza. In sé, non è sbagliato prevedere strumenti mirati, anzi, può essere molto utile.

Pensiamo, ad esempio, all’utilizzo dell’app eZwayZ al NEMO Science Museum o ai diversi touchpoint di Palazzo Vecchio a Firenze, pensati per supportare visitatori con disabilità visiva attraverso un’esperienza più autonoma e accessibile. Oppure ai percorsi dedicati alle persone con Alzheimer sviluppati da MUS.E insieme a Musei Toscani per l’Alzheimer. Si tratta di interventi specifici, molto preziosi, costruiti bene e con uno scopo chiaro.

Il problema nasce quando il sistema considera questi interventi sufficienti e smette di interrogarsi su tutto il resto, perché nel frattempo restano ignorate molte altre esigenze che incidono altrettanto sulla possibilità di partecipare.

L’accessibilità non dovrebbe diventare una scelta su quali differenze considerare di volta in volta, né una moltiplicazione di percorsi paralleli per categorie separate, ma un modo di progettare esperienze abbastanza intelligenti e flessibili da accogliere differenze molteplici senza trasformarle ogni volta in eccezioni.

Esempi di touchpoint tattili sviluppati a Palazzo Vecchio da MUS.E, pensati per ampliare l’autonomia e la partecipazione dei visitatori con disabilità visiva

Da dove si comincia

Se lavori nel design, nella comunicazione culturale, nell’educazione o nella progettazione di spazi ed esperienze, il cambiamento parte anche da te.

Smetti di aggiungere l’accessibilità alla fine del processo e inizia invece a porti le domande giuste fin dall’inizio, chiedendoti chi stai raggiungendo, chi stai escludendo e per quale motivo.

Chiedi competenze che non hai, perché coinvolgere esperti di accessibilità, utenti reali o figure trasversali non è un’ammissione di debolezza, ma buona progettazione e investi nella tua stessa formazione, perché difendere scelte inclusive richiede conoscenza e metodo, soprattutto quando qualcuno decide che l’accessibilità può aspettare.

Fai domande scomode nei briefing e documenta ciò che funziona, perché quando un cliente non ha pensato a questi temi non sempre è malafede, ma spesso il riflesso di un sistema che non glielo ha mai chiesto, mentre la cultura progettuale cresce proprio così, attraverso esempi concreti e soluzioni replicabili.

Nel mio caso, la svolta è avvenuta anni fa durante una visita al Warner Bros. Studio Tour London: The Making of Harry Potter, luogo che già sapevo avere un sistema accessibile fatto di informazioni chiare, materiali preparatori e strumenti pensati per accompagnare le persone già prima dell’arrivo. A metà percorso sono entrata nella loro sensory room e, in quella piccola stanza silenziosa, con luci e suoni regolabili, ho percepito uno spazio enorme in cui ritrovare calma ed equilibrio. Soprattutto, ho provato un grande senso di libertà non solo per le persone che vivono condizioni permanenti o specifiche, ma anche per genitori, accompagnatori e chiunque, in un determinato momento, abbia bisogno di rallentare, respirare e sentirsi di nuovo a proprio agio.
È in quel momento che ho capito che l’accessibilità non è un favore per pochi, ma una forma di intelligenza progettuale che migliora la vita di tutti.

Il Gattopardo non è un destino nazionale, ma una cattiva abitudine, e le abitudini, quando lo si decide davvero, si possono cambiare.

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