Workaholism: quando il lavoro diventa una dipendenza

“Never Not Working, why the Always-On Culture Is Bad for Business-and How to Fix It”: è questo il nome del libro di Malissa Clark, professoressa associata di psicologia industriale e organizzativa all’Università della Georgia che ha partecipato all’evento organizzato da HBR Press il 28 marzo parlando del suo testo, e non solo. Il webinar ha riscosso una grande partecipazione a livello internazionale ed è stato moderato da Sally Ashworth, direttrice associata di Harvard Business Review.

Il workaholism, tema attorno al quale si è svolto l’incontro, è un termine utilizzato per descrivere un comportamento ossessivo nei confronti del lavoro, simile alla dipendenza. Nel lungo termine, il workaholism può avere effetti dannosi sulla salute mentale, sulle relazioni personali e, in generale, sulla qualità della vita. Le persone affette da workaholism si sentono costantemente obbligate a lavorare, anche al di fuori dell’orario d’ufficio. Le sue cause possono essere complesse e includono alcuni fattori come la pressione sociale, le aspettative personali e professionali e la mancanza di work life balance. Chi lavora con una forte motivazione per il successo professionale o in ambienti altamente competitivi, inoltre, può essere particolarmente incline a sviluppare comportamenti workaholic.

La copertina di "Never Not Working: Why the Always-On Culture Is Bad for Business - and How to Fix It" di Malissa Clark

La copertina di “Never Not Working: Why the Always-On Culture Is Bad for Business – and How to Fix It” di Malissa Clark

Lavoriamo di meno ma ne siamo più dipendenti?

Durante il webinar sono stati esposti i dati della ricerca “The times they are not changin’: Days and hours of work in Old and New Worlds, 1870–2000” di Michael Huberman e Chris Minns. Emerge come, nel corso dei decenni, le ore complessive di lavoro siano diminuite a fronte di un tempo maggiore da dedicare alla vita personale. Nonostante ciò, quasi la metà dei lavoratori statunitensi si classificherebbe come “maniaco del lavoro”, il 53% dei dipendenti del Regno Unito si sente sopraffatto dal lavoro, oltre la metà degli americani e meno del 40% degli adulti nel Regno Unito non riescono a utilizzare tutto il loro tempo libero retribuito, solo un lavoratore statunitense su cinque fa una vera propria pausa pranzo e il 52% dei dipendenti britannici pranza sulla scrivania quasi tutti i giorni.

Ci sono diverse ragioni per cui, nonostante molte persone abbiano più tempo libero rispetto al passato, sembriamo essere più dipendenti dal lavoro: la cultura del lavoro è cambiata nel corso del tempo, con un maggiore valore attribuito alla produttività, al successo professionale e al costante miglioramento. Inevitabilmente, ciò spinge le persone a sentirsi più inclini a lavorare più ore o a dedicare più tempo al lavoro per raggiungere i propri obiettivi.
La diffusione della tecnologia e l’accesso costante alla connettività hanno reso più facile lavorare da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, portando a una maggiore tentazione di controllare e rispondere alle e-mail, partecipare a riunioni online al di fuori dell’orario d’ufficio e continuare a lavorare anche durante i momenti di relax.

Alcuni miti sul workaholism

Sfatare i luoghi comuni e riconoscere che il lavoro eccessivo non è sempre inevitabile per il successo, promuovere politiche aziendali che favoriscano il benessere dei dipendenti, incoraggiare il rispetto dei confini tra lavoro e vita personale e offrire supporto per la gestione dello stress e del burnout sono i primi passi per contrastare il workaholism. Ecco tre miti da sfatare a riguardo:

  • Il lavoro eccessivo è inevitabile per il successo: sebbene molte persone di successo possano lavorare sodo, il lavoro eccessivo non è necessariamente la chiave del successo. Un equilibrio sano tra lavoro e vita personale può favorire la creatività, l’innovazione e il benessere della persona, contribuendo ad un successo nel lungo termine.
  • Più lavoriamo, più siamo produttivi: anche se i workaholic dedicano molte ore al lavoro, ciò non porta necessariamente una maggiore produttività. Lavorare troppo, infatti, può portare a un calo della qualità del lavoro, alla stanchezza e al burnout.
  • Il workaholism è un segno di impegno e dedizione: se il workaholism può essere interpretato come un segno di dedizione al lavoro, d’altro canto può anche essere sintomo di problemi come l’insicurezza, la mancanza di fiducia in se stessi o la paura del fallimento. In alcuni casi, il lavoro eccessivo può essere utilizzato come meccanismo di coping (il modo in cui le persone fronteggiano situazioni avverse e sfidanti, ndr) per affrontare queste sfide emotive.

 

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