Paolo Bouquet (Unitn): l'eredità delle Olimpiadi si gioca sul capitale umano

Quando si parla di legacy olimpica, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle nuove infrastrutture o sui flussi turistici, tralasciando spesso l’eredità più profonda: il capitale umano. I grandi eventi sportivi, come i Giochi di Milano Cortina da poco conclusi, generano infatti una trasformazione che va ben oltre il “ferro e cemento”. La vera partita si gioca sulle competenze trasferite e sedimentate nei territori: dalla formazione di migliaia di volontari all’acquisizione di nuove professionalità legate a organizzazione, tecnologia e gestione innovativa degli impianti. È un patrimonio immateriale che, se ben gestito attraverso partnership pubblico-private e una pianificazione a lungo termine, permette alle comunità locali di trattenere talenti che altrimenti emigrerebbero, trasformando lo sport in un motore di sviluppo sociale ed economico stabile e duraturo.

A raccontare questa prospettiva è Paolo Bouquet, Delegato del Rettore allo Sport con delega speciale alle Olimpiadi Invernali presso l’Università di Trento, dove è anche professore associato al Dipartimento di Informatica. Filosofo di formazione e fondatore di una spin-off innovativa (OKKAM srl), Bouquet unisce la ricerca accademica a una lunga esperienza nella gestione sportiva territoriale, avendo già co-organizzato le Universiadi del 2013. In questa intervista, ci spiega come l’impatto sociale ed economico dei Giochi dipenda non solo dai cantieri completati, ma soprattutto da ciò che si è costruito a livello di professionalità e coesione del territorio.

Professore, quando parliamo di eredità olimpica legata a Milano Cortina 2026, il rischio è quello di fermarsi a infrastrutture e turismo. Se guardiamo invece a competenze e capitale umano, che cosa cambia?

Sono completamente d’accordo sul fatto che il focus esclusivo sulle infrastrutture sportive sia limitativo. È ovvio che per organizzare i Giochi devi mettere a posto gli impianti: quello è il minimo indispensabile. Ma la vera domanda sulla legacy è un’altra: qual è il modello di sostenibilità di questi impianti una volta che i Giochi sono finiti? La legacy, insomma, non è fatta solo di “cemento, legno e ferro”, ma del modello gestionale. Un impianto non può basarsi esclusivamente sull’organizzazione continua di nuovi eventi sportivi, che per gli enti territoriali spesso rappresentano un costo più che un ricavo. Bisogna ragionare in maniera innovativa su come ripagare i costi con attività non direttamente collegate allo sport. Se un impianto costa mezzo milione all’anno alla collettività per la sola manutenzione ordinaria e non produce ricavi, non è un investimento sostenibile, ma un costo.

Esiste anche una legacy sociale legata alle infrastrutture?

Certamente. Faccio un esempio che mi piace molto: Baselga di Piné. Anche se alla fine non ha ospitato le gare di pattinaggio, rientra nel progetto di legacy olimpica. In quel piccolo paese, la tradizione di pattinare sul lago ghiacciato ha portato alla creazione della pista artificiale, che a sua volta ha generato un numero altissimo di ragazzini che fanno pattinaggio, tra cui i nostri campioni olimpici come Chiara Betti, Serena Pergher, i fratelli Sighel o Matteo Anesi. Questa è una legacy sociale fortissima che ha un impatto vitale sulle comunità locali. Per mantenere questo equilibrio, serve che i Comuni non debbano fare gli imprenditori per tenere aperti gli impianti. Servono partenariati pubblico-privati: soggetti terzi che sfruttino commercialmente il bene pubblico, garantendo però al Comune un ritorno che copra i costi.

Oltre allo sport, ci sono le opere civili. Qual è l’impatto sul territorio di queste infrastrutture non sportive?

In Trentino sono state fatte cose interessanti e accelerate dai Giochi: la ristrutturazione della stazione dei treni di Trento e di quella delle corriere di Cavalese, l’elettrificazione della linea ferroviaria della Valsugana fino a Trento, e interventi meno visibili ma cruciali come il potenziamento della fibra ottica e della rete elettrica in Val di Fiemme. Sono tutti progetti che lasceranno benefici tangibili alla popolazione. Se devo dare una valutazione personale, però, si poteva forse fare di più. Un evento unico al mondo come l’Olimpiade meritava progetti più coraggiosi: penso a un collegamento ferroviario veloce tra la Val di Fiemme e Trento per evitare lo spopolamento delle valli, o un progetto di decarbonizzazione parziale dell’area. Gli investimenti ci sono stati, ma serviva forse un pizzico di ambizione in più.

Veniamo al tema più difficile da quantificare: la legacy immateriale. Come si crea competenza sul territorio attraverso un evento del genere?

Il primo enorme impatto è quello sulle migliaia di volontari. L’ho visto in piccolo con le Universiadi in Trentino nel 2013: molti dei ragazzi che allora fecero i volontari oggi lavorano nelle istituzioni o hanno fondato startup nel settore sportivo. Partecipare a una macchina del genere ti fa capire che lo sport è un settore di business enorme, dove servono professionalità ingegneristiche, organizzative, psicologiche e legali.
Proprio per stimolare questa consapevolezza, con l’Università di Trento abbiamo organizzato per quattro anni la conferenza internazionale “Star” (Sport Technology And Research). L’idea era mostrare alle comunità locali che lo sport è un volano per l’innovazione. Se implementiamo infrastrutture tecnologiche sul trampolino del salto con gli sci per raccogliere e analizzare i dati degli atleti, creiamo un indotto. Questo permette a giovani laureati in informatica o ingegneria di trovare lavoro nella propria valle, senza dover emigrare a Milano o all’estero.

Le Olimpiadi portano una richiesta di competenze altissima e molto in specifica. Come si fa a non disperdere questa professionalità una volta che il circo olimpico se ne va?

Serve una pianificazione a lunghissimo termine. La prima cosa da fare è garantire una regolarità di nuovi eventi internazionali. Il Trentino in questo rappresenta un caso virtuoso: nel 2028 ospiterà le Olimpiadi Invernali giovanili, i mondiali di ciclismo nel 2031 e stanno già lavorando in Val di Fiemme per la candidatura ai campionati mondiali di sci nordico del 2033. Questo permette di mantenere viva sia la competenza tecnica, sia quella preziosissima rete di relazioni con le federazioni internazionali. La seconda cosa è che l’evento deve fungere da incubatore imprenditoriale. Una startup nata per creare un sistema gestionale per un impianto olimpico, domani potrà vendere il suo prodotto a Bormio, a Livigno o in tutto il mondo. Il mercato diventa globale, ma il talento resta sul territorio.

Ci sono progetti specifici nati in questo periodo che vanno proprio in questa direzione sociale e di benessere?

Sì, ne cito tre molto diversi tra loro. Il primo, nato dal CONI trentino e assorbito dalla Fondazione, si chiama “Walking the Games“: una sfida tra classi scolastiche a chi copriva per prima, sommando i propri passi, la distanza da Pechino a Trento. Un modo smart per usare la tecnologia e spingere i giovani a uno stile di vita attivo.
Il secondo è la creazione a Pergine Valsugana di un centro di eccellenza per la riabilitazione paralimpica. Diventerà un punto di riferimento nazionale per la disabilità e lo sport. Infine, a Rovereto sta nascendo l'”Addiction Lab“, un laboratorio universitario dedicato allo studio delle nuove dipendenze sportive. Non parliamo solo di doping, ma di dipendenze psicologiche: l’over-training, l’ossessione per la forma fisica. È un progetto che aiuterà molto anche lo sport amatoriale e le famiglie ad affrontare i malesseri mentali delle nuove generazioni.

In chiusura: tra due o tre anni, quali parametri dovremo guardare per capire se questo percorso di legacy ha funzionato davvero?

I parametri macroeconomici, i numeri dell’occupazione e dei contratti saranno valutati ufficialmente dall’Università Bocconi, a cui è stato affidato lo studio ufficiale che uscirà un paio d’anni dopo i Giochi. Ma c’è una parte che sfugge alle metriche tradizionali, quella che chiamiamo legacy sociale. Dovremmo chiederci: cosa ha cambiato questo evento nei giovani? Ha convinto qualcuno a restare a vivere nelle valli invece di andarsene? Ha aumentato il senso di identità della comunità e la disponibilità a fare volontariato? Sono parametri intangibili e difficili da monetizzare, ma se tutto questo non si è smosso a livello profondo, e la società resta esattamente quella di prima, potremmo considerarla una parziale sconfitta. Io però sono convinto che questa eredità immateriale ci sarà, e dovremo essere capaci di misurarla.

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