Responsabilità sociale, cresce il volontariato di competenza: quasi 3000 aziende aderenti in Italia
Non solo tempo, ma competenze. È questa la nuova frontiera del volontariato aziendale, sempre più orientato a mettere in circolo conoscenze professionali, capacità tecniche e saperi specialistici. Nel 2025 sono state 75.550 le imprese italiane che hanno consentito ai propri dipendenti di svolgere attività di volontariato durante l’orario di lavoro, circa 10mila in più rispetto al 2024. Tra queste, 2.950 aziende hanno attivato forme di volontariato di competenza, mettendo a disposizione del Terzo Settore professionalità specifiche, dal digitale al marketing all’ambito legale e finanziario. Numeri che raccontano un lavoro diventa che diventa sempre più uno spazio di responsabilità sociale e, al tempo stesso, un laboratorio di apprendimento continuo.
Il valore delle competenze che escono dall’azienda
Il volontariato di competenza, noto anche come skills-based volunteering, rappresenta una delle forme più evolute di impegno aziendale. Non si tratta di attività manuali o occasionali, ma dell’utilizzo mirato di competenze professionali per supportare organizzazioni non profit e comunità locali.
Secondo i dati di Unioncamere, sono soprattutto i servizi avanzati alle imprese a guidare questo fenomeno: 450 aziende su quasi 3mila coinvolte appartengono a questo ambito. Le competenze più richieste riguardano: trasformazione digitale, pianificazione finanziaria, comunicazione e marketing, consulenza legale. Per le organizzazioni del Terzo Settore, questi interventi rappresentano un salto di qualità: non solo supporto operativo, ma rafforzamento strutturale, in grado di migliorare efficienza, sostenibilità economica e capacità organizzativa.
«Il volontariato è un motore di coesione e solidarietà» – ha sottolineato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, intervenendo a “Volontari@work”, l’iniziativa organizzata da Terzjus in collaborazione con Italia non profit e il Forum Terzo Settore, con il patrocinio e del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. «In particolare, il volontariato di competenza è una forma di cittadinanza attiva in cui i singoli mettono a disposizione della comunità non solo il proprio tempo, ma l’intero bagaglio professionale, tecnico e specialistico. Un modo semplice, eppure efficace, con cui l’economia si pone al servizio del sociale, per farlo crescere anche rispetto alle trasformazioni in atto, a partire da quella digitale».
Il lavoro come spazio di apprendimento reciproco
Il volontariato di competenza non produce benefici solo per chi riceve supporto. Sempre più studi evidenziano come queste esperienze abbiano un impatto diretto anche sullo sviluppo professionale dei lavoratori. Secondo il Deloitte Volunteerism Survey, oltre il 90% dei dipendenti coinvolti in attività di volontariato aziendale dichiara di aver sviluppato competenze trasversali, in particolare leadership, problem solving e capacità di collaborazione, difficilmente acquisibili in contesti lavorativi tradizionali.
Allo stesso tempo, le aziende che promuovono iniziative di volontariato registrano livelli più elevati di engagement. Un dato coerente con quanto evidenziato dal Gallup State of the Global Workplace 2026, che mostra come il coinvolgimento delle persone aumenti quando il lavoro è percepito come significativo e connesso a uno scopo più ampio. In altre parole, il volontariato diventa un luogo di apprendimento informale, dove competenze tecniche e soft skills si sviluppano attraverso esperienze concrete e ad alto impatto umano.
PMI protagoniste, ma con margini di crescita
Un dato particolarmente interessante riguarda la distribuzione delle imprese coinvolte. Le realtà più piccole, con meno di 50 dipendenti, rappresentano la quota più numerosa, con oltre 67mila aziende attive in iniziative di volontariato. Tuttavia, la loro incidenza sul totale resta inferiore rispetto alle aziende più grandi: 4,5% contro il 9% delle imprese con oltre 50 dipendenti. Un segnale che evidenzia un potenziale ancora inespresso, soprattutto nel tessuto delle PMI italiane. Eppure, è proprio nelle piccole e medie imprese che il volontariato può trasformarsi in uno strumento strategico, capace di rafforzare il senso di appartenenza, la cultura organizzativa e il legame con il territorio.
«Il volontariato di competenza rappresenta ancora una “nicchia’ nelle imprese di grandi e medie dimensioni, ma ha un forte potenziale di sviluppo. È un modo originale di avvicinare al volontariato, all’impegno civico persone spesso lontane dal mondo del sociale. Un modo per far crescere la responsabilità sociale delle imprese mediante la messa a disposizione delle competenze dei loro collaboratori per finalità di bene comune. La terza edizione del Premio Volontari@Work conferma che questa inedita alleanza tra imprese ed ETS è in grado di generare innovazione sociale e risposte appropriate ai bisogni dei cittadini più fragili» – ha rilevato Luigi Bobba, presidente della Fondazione Terzjus.
L’impatto sul significato del lavoro
Dietro la crescita del volontariato di competenza si intravede, inoltre, una trasformazione più profonda: il modo in cui le persone percepiscono il lavoro. Secondo le indagini dell’OCSE sulla qualità del lavoro, i lavoratori che percepiscono un impatto positivo del proprio lavoro sulla società mostrano livelli più elevati di soddisfazione professionale e una maggiore propensione all’apprendimento continuo.
Il volontariato di competenza rafforza, di fatto, la natura del lavoro come infrastruttura sociale. Quando un professionista con competenze digitali aiuta una piccola associazione a migliorare la propria presenza online o quando un esperto finanziario supporta un ente non profit nella pianificazione economica, il lavoro supera i confini aziendali e diventa un fattore di sviluppo collettivo. È un cambio di prospettiva che riguarda non solo le organizzazioni, ma anche le persone: perché mettere a disposizione le proprie competenze significa riconoscere che il lavoro non è solo ciò che facciamo, ma anche ciò che restituiamo.