Donne nei CdA, l’Europa accelera. Ma per le imprenditrici il vero ostacolo restano gli stereotipi

Il giorno tanto atteso è arrivato: dal 30 giugno 2026 entra pienamente in vigore la direttiva europea “Women on Boards“, che punta a garantire una presenza minima del 40% del genere meno rappresentato tra gli amministratori non esecutivi delle società quotate, oppure del 33% dell’intero board. Un traguardo che fotografa un cambiamento importante per la governance delle grandi aziende europee, a cui l’Italia arriva – per una volta – più che preparata.

Grazie alla legge Golfo-Mosca e alle successive modifiche introdotte nel 2020, infatti, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate ha già superato il 40%, precorrendo di fatto gli obiettivi europei. «L’Italia ha anticipato molti altri Paesi e i risultati sono evidenti» – osserva Aldo Palumbo, partner di Toffoletto De Luca Tamajo. «Oggi il quadro normativo nazionale risulta già sostanzialmente allineato agli obiettivi della direttiva Women on Boards».

Secondo un’analisi di Ius Laboris, la più grande alleanza internazionale di specialisti in diritto del lavoro di cui lo studio Toffoletto De Luca Tamajo è tra i membri fondatori, 18 Paesi membri hanno già adeguato la propria legislazione, altri sei sono in fase di implementazione e tre non hanno ancora avviato alcun intervento normativo. Se Francia, Spagna, Paesi Bassi e gran parte dei Paesi nordici hanno consolidato negli anni sistemi di quote o obiettivi vincolanti, restano ancora aree di ritardo in alcuni Stati dell’Europa orientale e mediterranea. La direttiva europea ha quindi anche una funzione di armonizzazione, fissando uno standard comune per tutti i mercati dell’Unione.

La Women on Boards Directive si inserisce inoltre in un più ampio pacchetto di interventi europei che punta a ridurre le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro. Tra questi, la direttiva sulla trasparenza salariale, che obbliga le organizzazioni a rendere più visibili i criteri retributivi e ad affrontare eventuali divari di genere. «Si tratta di due direttive diverse ma convergenti – osserva Ornella Patané, partner di Toffoletto De Luca Tamajo -: una interviene sulla rappresentanza nei vertici aziendali, l’altra sulla parità retributiva a tutti i livelli dell’organizzazione. Insieme spingono le aziende a rivedere i propri modelli organizzativi e la propria cultura».

La questione, dunque, non riguarda soltanto la composizione dei consigli di amministrazione. Riguarda il modo in cui le organizzazioni identificano, valorizzano e promuovono il talento. E riguarda anche la capacità delle imprese di costruire leadership più inclusive in una fase storica in cui molte donne ancora continuano a fare i conti con ostacoli invisibili e profondi, come pregiudizi e stereotipi.

Come conferma l’indagine realizzata da Associazione GammaDonna e wamo su 223 imprenditrici italiane, il 76% delle intervistate ha percepito stereotipi o commenti legati al proprio genere da parte di investitori, clienti o partner commerciali e quasi una donna su due (46%) non è stata immediatamente riconosciuta come titolare dell’azienda. Un fenomeno che diventa ancora più evidente nell’ecosistema dell’innovazione. Tra le founder di startup il 52% percepisce frequentemente pregiudizi da parte di venture capital e stakeholder, mentre il 37% si sente sottovalutata nei rapporti con i finanziatori.

Così, se nelle società quotate il tema è la rappresentanza nei luoghi decisionali, nelle piccole e medie imprese il nodo resta la sostenibilità quotidiana dell’attività imprenditoriale. Quasi un’imprenditrice su tre dichiara, infatti, che la nascita di un figlio ha rallentato il proprio business. Per il 24% si è trattato di una riduzione temporanea delle attività, mentre per l’8% si è tradotta in una significativa contrazione del fatturato. Il peso del lavoro di cura continua a incidere sulle traiettorie professionali femminili anche se, proprio in questo contesto, emerge uno degli aspetti più interessanti dell’indagine: la resilienza. «I dati della survey evidenziano un paradosso ancora profondamente italiano – commenta Valentina Parenti, presidente di GammaDonna -: imprenditrici competenti e innovative continuano a operare in un ecosistema che troppo spesso mette alla prova la loro credibilità più del loro talento. Le founder non chiedono corsie preferenziali, ma condizioni eque per competere, crescere e generare impatto. Una sfida che riguarda non solo le donne, ma la capacità del Paese di valorizzare innovazione, leadership e talento imprenditoriale».

È qui che la direttiva europea incontra la realtà delle imprese: aumentare la presenza femminile nei consigli di amministrazione è un passaggio fondamentale, ma la vera sfida è costruire un ecosistema in cui le donne non debbano più giustificare o recriminare il proprio ruolo, sia che si tratti di sedere nel board di una multinazionale o della leadership di una startup. Le quote aprono le porte, la trasformazione culturale è ciò che permette di attraversarle.

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