La retribuzione supera l'equilibrio vita-lavoro: per gli italiani è il primo criterio nella scelta di un impiego
In un contesto segnato da inflazione e carovita, la retribuzione diventa il primo fattore che orienta la scelta del datore di lavoro. È quanto emerge dal Randstad Employer Brand Research 2026, l’indagine condotta in Italia su 7.170 persone tra occupati e non occupati, tra i 18 e i 64 anni, che misura l’attrattività percepita dei principali 150 datori di lavoro presenti sul mercato. Dopo dieci anni in cui a prevalere erano stati soprattutto elementi legati alla qualità dell’esperienza lavorativa, oggi il 59% degli italiani indica stipendio e benefit competitivi come leva principale nella scelta dell’azienda per cui lavorare.
Subito dopo si collocano l’atmosfera di lavoro piacevole, indicata dal 57% degli intervistati, e il work-life balance, al 56%, seguiti dalla sicurezza del posto di lavoro, al 54%, e dalle opportunità di carriera, al 51%. Il dato non segnala un ridimensionamento dei fattori “soft”, che restano molto rilevanti, ma racconta piuttosto un cambio di gerarchia nelle priorità. La pressione economica riporta il salario al centro e spinge i lavoratori a valutare il datore di lavoro in modo sempre più concreto, tenendo insieme retribuzione, stabilità, qualità dell’ambiente e possibilità di crescita.
La centralità dello stipendio si riflette anche nelle ragioni che portano a lasciare un’azienda. Per il 44% dei lavoratori italiani la causa principale delle dimissioni è una retribuzione troppo bassa, molto più della mancanza di opportunità di crescita professionale, indicata dal 33%, e del desiderio di migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavoro, anch’esso al 33%. È un passaggio importante, che dimostra come il tema salariale non incida solo sull’attraction, ma anche sulla retention: la retribuzione non è più un fattore accessorio dentro la relazione di lavoro, ma una condizione essenziale di permanenza.
È proprio qui che la ricerca segnala uno dei nodi più rilevanti per le aziende. I lavoratori attribuiscono grande importanza a stipendio, crescita professionale e qualità dell’ambiente, ma nella valutazione del datore di lavoro attuale i giudizi più deboli si concentrano proprio su questi aspetti. Al contrario, gli elementi che raccolgono i riscontri migliori sono la sicurezza del posto, l’attenzione alle pari opportunità e la reputazione del brand, che però non coincidono del tutto con i driver oggi più decisivi nella scelta. Ne emerge un divario evidente tra ciò che i lavoratori cercano e ciò che percepiscono di ricevere davvero.
In questo scenario, la mobilità resta alta, anche se mostra segnali di lieve rallentamento. Il 22% dei lavoratori italiani dichiara di voler cambiare azienda entro i prossimi sei mesi, mentre il 12% lo ha già fatto, in leggera diminuzione rispetto al 2025. Anche in questo caso, però, il dato medio nasconde differenze generazionali molto nette: tra i lavoratori della Generazione Z il 26% prevede di lasciare il posto nel breve periodo, contro il 9% dei Baby Boomers. Le persone più giovani guardano con maggiore attenzione alle opportunità di sviluppo e al senso del ruolo, mentre nelle fasce più mature pesa ancora di più la componente economica.
Accanto allo stipendio, la ricerca conferma inoltre il peso crescente della logica di total reward. Circa tre lavoratori su quattro considerano molto importanti i benefit secondari, in particolare quelli legati alla sicurezza finanziaria e previdenziale, alla flessibilità lavorativa, alla salute e al benessere, alle ferie e ai permessi, ma anche allo sviluppo professionale e al supporto alla vita familiare. Il messaggio è chiaro: la retribuzione torna al primo posto, ma non basta da sola. Per essere attrattivo, oggi un datore di lavoro deve costruire una proposta complessiva che tenga insieme compenso, tutele, qualità della vita e prospettive di crescita.
Anche il quadro organizzativo restituisce un equilibrio ancora in movimento. Il lavoro in presenza resta la modalità prevalente, adottata dal 47% dei dipendenti, mentre il 26% lavora in forma ibrida e il 7% esclusivamente da remoto. Dopo la flessione registrata negli ultimi anni rispetto al picco post-pandemico, nel 2026 si intravede però una lieve inversione di tendenza, con una ripresa del lavoro ibrido e del lavoro da remoto. Pur non essendo più il primo fattore in assoluto, la flessibilità continua quindi a essere parte integrante dell’attrattività aziendale.
Sul piano dell’employer branding, il Randstad Employer Brand 2026 viene assegnato ad Automobili Lamborghini, che risulta il datore di lavoro ideale per gli italiani con il 79,8% delle preferenze. Nei rispettivi settori si distinguono anche Ferrero, Gruppo Mondadori, Brembo, Leonardo, Sanofi, ABB, IBM e IEO – Istituto Europeo di Oncologia. Quanto ai comparti più ambiti, ai primi posti si collocano industria aeronautica, ICT e automotive, a conferma di una competizione sempre più intensa tra settori diversi nell’attrazione dei talenti.
La lettura proposta da Randstad è che i lavoratori italiani valutino il datore di lavoro in modo sempre più olistico, mettendo insieme aspetti economici, relazionali e organizzativi. Ma il ritorno dello stipendio al primo posto obbliga oggi le aziende a una riflessione più netta: in una fase di incertezza economica, non basta più presidiare reputazione, cultura interna o clima aziendale se il nodo retributivo resta debole. Per le organizzazioni, la vera sfida è ridurre la distanza tra promessa e esperienza, rafforzando insieme politiche salariali, percorsi di carriera e qualità del lavoro.