Saper innovare con 260 anni di storia: una giornata a Molino Rossetto con Alumni Unipd
C’è un filo sottile che lega il 1760 a oggi. Parte da un mugnaio veneto di nome Angelo Rossetto di Sebastiano, figlio di proprietari terrieri e mugnai, e arriva fino a Chiara Rossetto, amministratrice delegata di un’azienda che porta ancora quel cognome e che ora è un moderno hub che a Codevigo, tra la pianura padovana e la laguna veneziana, trasforma il grano in prodotti all’insegna della sostenibilità e della sintonia con le esigenze del mercato. Un’azienda sempre alla ricerca di nuove collaboratrici e collaboratori in una varietà di figure professionali, da quelle legate in modo specifico al settore agri-food a quelle necessarie a far crescere un’impresa nel mondo di oggi in qualunque settore, come gli specialisti amministrativi, informatici, delle risorse umane, della comunicazione e delle vendite.
È questo il racconto che si è aperto durante la visita aziendale del 25 marzo a Molino Rossetto, prima tappa del ciclo di visite in azienda “Made in Italy HUB”, promosso dall’Associazione Alumni dell’Università degli studi di Padova con il supporto della Camera di Commercio di Padova: un incontro tra storia imprenditoriale, dati di mercato e testimonianze di chi il mondo del food lo vive ogni giorno, e moderato da Francesca Ponzecchi, CEO e co-founder Blum.
Mugnai dal 1760: quando la storia di famiglia è anche storia d’impresa
Chiara Rossetto apre la giornata con un gesto insolito per una presentazione aziendale: mostra l’albero genealogico della famiglia, riscoperto di recente attraverso una ricerca negli archivi delle chiese della zona. «Quando ho guardato quelle date, quei nomi, mi sono emozionata», racconta. «Nel 1760 nasceva Rossetto Angelo di Sebastiano, già figlio di possidenti mugnai. E Napoleone non era ancora nato».
Da quel lontano punto di partenza, passando attraverso generazioni di uomini che raccoglievano grano, lo selezionavano e lo trasformavano in farina, l’azienda è arrivata a essere presente sugli scaffali dei principali marchi della grande distribuzione italiana e di numerosi mercati internazionali, con una quota di export del 15% e ambizioni di crescita significative.
Ma la strada non è stata lineare. Chiara Rossetto ricorda bene il momento in cui tutto è cambiato. Un canale di vendita bloccato, suo padre che le mette in mano un pacchettino di farina e le dice: «Adesso tocca a te, vai a vendere farina». Lei inizia a chiamare i supermercati. Non rispondono. Quando risponde qualcuno, le dicono: «Signora, per un chilo di farina non le do l’appuntamento». E quando finalmente ottiene i primi incontri, i buyer le girano il pacchetto tra le mani e chiedono: «Mi dica perché dovrei comprare la sua farina».
«Io che sono cresciuta in un mulino non avevo risposta – ammette –. Per me farina era farina». Da quel momento nasce qualcosa: la consapevolezza che senza una storia da raccontare, senza un valore aggiunto visibile, non c’è prodotto che regga. E la decisione di andare ad ascoltare il mercato, dai banchi di Prato della Valle fino alle scuole di cucina.
Oggi quali sono le competenze che l’azienda ricerca da ragazze e ragazzi vogliono entrare a lavorare nel mondo del food? «Ci aspettiamo nuova energia, idee, suggerimenti, progettualità – risponde Chiara Rossetto rivolgendosi alla platea di studentesse e studenti –. Bisogna saper lavorare in team, saper ascoltare, ma anche non essere timidi. E quindi abbiate il coraggio di fare tante domande alle quali magari non sempre troverete le risposte, di essere curiosi e di portare nuove idee, perché non tutti sappiamo tutto ma i progetti si costruiscono in team».

Innovazione come necessità: dal tappo iconico alla proteina di pisello
Il percorso di innovazione di Molino Rossetto ha una logica precisa: ascoltare il consumatore, capire cosa manca, proporre qualcosa che non c’è ancora sullo scaffale. È così che è nata la farina con il tappo, che abbina la praticità d’uso a un posizionamento di servizio elevato in una categoria considerata commodity. Eleonora Rocco, responsabile marketing dell’impresa, racconta poi la genesi di Zero Sbatti: una linea di preparati pensata per la generazione Z, per chi tra studio, palestra, uscite e vita frenetica ha poco tempo da dedicare alla cucina.
Marco Telara, trade marketing di Molino Rossetto, introduce invece BIGood: una linea che nasce dall’esigenza di proporre prodotti lavorati a base di farina, in grado di coprire le esigenze nutrizionali di benessere, ma anche di gusto, proponendo snack, chips, porridge e altri prodotti per spezzare la fame. La prima linea è a base di farina di avena, il prodotto più venduto di Molino Rossetto, mentre la seconda, BIGood Plant Based, risponde alle esigenze di sostenibilità sempre più diffuse soprattutto tra i giovani, e si basa sulle proteine del pisello, altamente assimilabili, con cui sono realizzati il macinato, i bocconcini, i sughi, la carbonara e il ragù vegetale.

Dall’università all’azienda: il salto che nessun corso ti insegna
Dopo la visita in azienda, sono intervenuti due giovani collaboratori dell’azienda, Diego Pressato, responsabile ricerca e sviluppo, e Alex Bentini che si occupa di controllo di qualità: entrambi sono arrivati in Molino Rossetto dopo una laurea all’Università di Padova. Pressato è entrato in azienda nel gennaio 2019, tre mesi dopo la Triennale in scienze e tecnologie alimentari a Legnano.
«Quando si studia ci vuole tanto impegno, però ci sono tanti step quasi obbligati – racconta –. Una volta entrati nel mondo del lavoro una cosa che ho notato fin da subito è che non è lineare: ci sono urgenze che fino al secondo prima non pensavi nemmeno. Molto spesso non hai tutte le competenze o gli elementi necessari per risolvere un determinato problema che però va risolto comunque, quindi bisogna anche un po’ buttarsi, fidarsi dei colleghi».
Un’esperienza condivisa da Bentini, che sottolinea l’importanza dell’ascolto: «Io contrariamente a Diego sono più in produzione che in ufficio, per me è importante sapere ascoltare gli operatori che sono in prima linea sulle macchine, capire se ci sono problemi, e in particolare per noi giovani ascoltare le persone più esperte».
La competenza trasversale più utile – quella che nessun esame insegna – vede entrambi convergere su un punto: saper lavorare in team.
Il mercato del food: dati, mismatch e opportunità
Angelo Boccato, esperto di orientamento, formazione e sviluppo delle competenze, spiega che l’orientamento non è un atto singolo, non è una scelta che si fa una volta e si dimentica. È un processo continuo, fatto di informazioni che si raccolgono, si mappano e si incrociano. «La qualità della scelta è direttamente proporzionale alla quantità e alla qualità delle informazioni che ottengo», sottolinea, invitando studentesse e studenti a prendere appunti, mappare i concetti che incontrano nel loro percorso, senza mai abbandonare la curiosità.
A Pierandrea Zaffoni, responsabile del servizio di orientamento al lavoro della Camera di Commercio di Padova, il compito di portare i numeri del mercato del lavoro, attingendo al sistema informativo Excelsior di Unioncamere per delineare un quadro del settore agroalimentare veneto e nazionale.
Le proiezioni 2025-2029 indicano un fabbisogno occupazionale complessivo a livello nazionale tra 3,2 e 3,7 milioni di lavoratori nel settore agroalimentare allargato – che include primario, trasformazione, distribuzione e indotto – e che vale circa il 15% del PIL nazionale. Per il Veneto, il bisogno stimato è tra 280.000 e 321.000 unità nello stesso periodo, in modo particolare nel comparto agricolo e alimentare, i più richiesti.
«Quello che emerge in modo chiaro è la mutazione dei profili richiesti, sia dal punto di vista dell’agritech, tecnologia e capacità di gestione dei dati, sia dal punto di vista della sostenibilità e dell’economia circolare – spiega Zaffoni –. Altro aspetto importante che viene molto richiesto è il controllo di qualità, quindi delle capacità di analisi chimico-fisica, uno dei pilastri fondamentali per sicurezza alimentare e conformità agli standard internazionali».

Il settore è coinvolto, come molti altri, dal mismatch, il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. «Nell’agrifood, dal punto di vista del fabbisogno di manodopera qualificata, abbiamo un rapporto di 3 a 1, cioè ogni 3 figure richieste dalle imprese c’è una sola persona disponibile» conclude Zaffoni, affermando come le sfide principali per questo settore stiano nel superamento di questo mismatch, nell’adozione strutturale di soluzioni tecnologiche innovative e nell’abbracciare la sostenibilità come fattore di competitività, a partire dalla capacità di gestione della risorsa idrica e dall’applicazione dei principi dell’economia circolare.
Allargando lo sguardo, le imprese agrifood sono “affamate” di figure professionali con competenze trasversali, comuni ad altri settori economici. Persone competenti in marketing, comunicazione, HR e IT sono sempre più richieste in un’economia in continua evoluzione, nella quale, al di là di ciò che si è appreso durante gli studi, assumono un valore strategico le soft skills quali l’adattabilità, la capacità di lavorare in gruppo, la gestione del tempo e l’intelligenza emotiva.